Come sul Titanic

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I risultati del referendum costituzionale sono l’ennesimo campanello di allarme a cui dobbiamo prestare molta attenzione, così come lo sono stati la brexit e la vittoria di Trump. Il pericolo è che questi campanelli vengano male interpretati o ignorati. Massimo Franco nel suo editoriale tira in ballo molti fattori che spiegherebbero un risultato tanto inaspettato quanto devastante:

sul voto ha influito una miscela di fattori, che vanno dall’ostilità contro Renzi, alla voglia di difendere la Costituzione, al rifiuto di riforme approvate attraverso forzature parlamentari, allo scontento per i magri risultati economici del governo. E forse ha pesato una certa invadenza televisiva del capo dell’esecutivo nelle ultime settimane.

Alcuni dati sembrano invece suggerire che il motivo principale della sconfitta di Renzi, tale da lasciare ogni altra considerazione in un distantissimo secondo posto, sia lo stato gravissimo in cui versa l’economia italiana. Secondo YouTrend si registra una chiara dicotomia tra comuni a seconda del tasso di disoccupazione:

Ed è qui che il governo Renzi ha avuto il suo più grande limite. Sin dall’inizio questo esecutivo ha lasciato intendere, dapprima timidamente e poi in modo più deciso, che la politica di rigore imposta dall’Unione Europea doveva essere cambiata. Il problema è che alle parole dovrebbero seguire dei fatti, altrimenti la propria credibilità ne risente. E’ evidente che quei vincoli, in quanto derivanti da accordi internazionali e norme europee, sono difficili da allentare, ma è altrettanto evidente che chi vive una situazione economicamente insostenibile non è tenuto a preoccuparsene. Altrimenti a cosa serve un governo? Tanto varrebbe spingerlo a cadere se non ottenesse risultati soddisfacenti! E infatti così è stato.La chiave di lettura, dal mio punto di vista, è tutto sommato semplice: la politica economica del governo è stata gravemente insufficiente a far fronte ad una crisi economica e sociale senza precedenti nella storia italiana. I 650.000 nuovi occupati registrati da quasi due anni a questa parte, senza considerare quanti di loro svolgano lavori stabili o dignitosamente remunerati, sono chiaramente poca cosa rispetto ai tre milioni di disoccupati – numero che tra l’altro non comprende chi, scoraggiato, ha cessato di cercare un’occupazione. La situazione richiedeva, e richiede, interventi ben più incisivi del Jobs Act, possibilmente intervenendo dal lato della domanda (come programmi di investimenti pubblici o trasferimenti alle fasce di popolazione più povere). Non solo, ma a votare No sono stati prevalentemente i giovani, specie del Sud, cioè quella fascia demografica che è più colpita non solo dalla disoccupazione ma anche da una crescente povertà. Quando oltre il 60% degli elettori al di sotto dei 30 anni esprime un voto che, a causa della ormai celebre personalizzazione del referendum, è chiaramente di rifiuto nei confronti dell’esecutivo, è necessaria una profonda riflessione.

Il pericolo è che il PD faccia una brutta fine, la stessa che stanno facendo gli altri partiti socialdemocratici europei, a differenza per adesso della SPD (anche se pure in Germania vi sono segnali da tenere sotto controllo: spero di tornarci sopra in futuro). Come abbiamo visto di recente con l’esperienza di Hollande, intraprendere la strada del centrismo rischia di portare a schiantarsi contro una realtà che è diversa da quella dei tempi d’oro di Tony Blair. Questa apparente inconsapevolezza, che tende a far dimenticare i dati economici spingendo a puntare tutto sulla comunicazione,  rischia di essere la ricetta per commettere un suicidio politico. E non è un problema che riguarda solo l’Europa, visto che il Partito Democratico americano ha perso ingloriosamente le ultime elezioni presidenziali per dinamiche tutto sommato simili. Né la risposta può essere di tornare, semplicisticamente, alla sinistra tradizionale di qualche decennio fa, perché le cose nel frattempo sono profondamente cambiate, a partire da una base sociale che è completamente spappolata, sia per la mancanza di qualsivoglia tessuto connettivo come lo erano i sindacati, sia perché è cambiata la natura stessa del lavoro che molto spesso è autonomo.

C’è poi il problema delle leadership europee, che sembrano essere anche loro inconsapevoli di dirigersi verso un iceberg. Sebbene anche la BCE e l’OECD abbiano negli ultimi mesi fatto pressione acché venissero allentati i vincoli di bilancio che strangolano i paesi della zona Euro, non sembra esserci nessuna voglia di adottare quelle politiche fiscali espansive che potrebbero dare risposte efficaci ed immediate al problema occupazionale. Una timidissima e tardiva proposta da parte della Commissione Europea per uno stimolo dello 0,5% del PIL dell’Eurozona – una cifra assolutamente insufficiente, addirittura ridicola – è stata prontamente rigettata dall’Eurogruppo (cioè i ministri delle finanze della zona euro). Se neppure una raccomandazione di così piccola entità è stata accettata, peraltro formulata contestualmente alla caduta del governo italiano, è difficile sperare in un cambiamento delle politiche economiche europee tali da infrangere l’ondata populista che rischia di travolgerla.

In un futuro post cercherò di analizzare il contesto storico-economico che ha portato il centrismo ad essere una strategia politica verosimilmente destinata ad essere sconfitta. Per adesso mi limito a sottolineare la necessità di analizzare criticamente, o meglio autocriticamente, il risultato referendario. C’è molto in gioco.

Aggiornamento: il Financial Times ha elaborato dei dati cercando di capire se vi sia correlazione tra voto referendario e alcuni indicatori. I risultati ci dicono che vi sia un effetto “fedeltà” che spinge gli elettori a confermare il voto a favore dei partiti che hanno votato nel 2013. Risalta anche una leggera correlazione tra livelli di istruzione più alti e propensione per il Sì, e viceversa. Infine c’è il dato economico, che conferma quanto scritto sopra:

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Livelli più alti di disoccupazione sono correlati con il voto negativo al referendum, mentre lo sono anche i livelli più bassi di reddito. Non solo, ma se già nel 2013 si registrava uno spostamento di chi si trova in difficoltà economica verso il Movimento 5 Stelle e Berlusconi, oggi questa tendenza si è addirittura accentuata.

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